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“Elogio del pollo ruspante” di Gigi Gherardi

La prima immagine che mi viene alla menta dei miei anni verdi è la parola POLLAIOLO e la figura di quell’uomo che gestiva la sua bottega, nato per fare quel mestiere. Lo chiamavano tutti.

Cecco della Beppa; un uomo basso, robusto, chiuso in un camice bianco mimetizzato da macchie qua e la; dagli occhi a punta di spillo, il naso adunco che sembrava volersi appoggiare a quei baffoni folti e riccioluti sempre pronto ad accarezzarli con quelle mani lunghe, color rossastro.

Da Cecco non c’era niente di confezionato, preparava tutto da se con chirurgica maestria, mettendo in belle vista nel bancone e nella vetrina-pollo ruspante, anatra, tacchino, galletto, piccioni, coniglio, cacciagione, uova di giornata; contornando la merce con zollette di ghiaccio, coprendo il tutto con una reticella di stoffa contro le mosche, perché i frigoriferi nei paesi non c’erano,mentre in città qualche negozio ce l’aveva.

Dal pollaiolo s’incontravano le massaie, il contadino,il calzolaio, il barbiere, il sarto, il falegname; era un punto di riferimento per la gente di quel pizzico di case aggrappate nella collina, sotto il castello secolare che dominava dalla vetta la rigogliosa valle dell’Arno.

Ogni giorno in quel luogo si ripetevano gli appuntamenti per stare insieme, conversando preferibilmente di tradimenti ovvero di (corna) fatti amorosi, pettegolezzi che costituivano il sale e il pepe della semplice vita della comunità villica, fatta di case modeste e di grandi valori, ideali, sogni, speranze, amore.

Io quando venivo colto dal desiderio di non andare a scuola, fingevo il mal di testa e pancia,e già pregustavo nel vile tepore di una mattinata a letto, il piacere di una vacanza rubata per poter andare da quel buon Cecco che- voleva tento bene ai ragazzi e con pazienza li accoglieva; ascoltavo le curiosità di quel quotidiano cicaleggio divertendomi molto.

Nelle conversazioni qualcuno per sollevare l’atmosfera, dirottava nella burla dicendo ai presenti: La sapete l’ultima novità del regime? la raccontava mentre il pollaiolo proseguiva il suo lavoro a sezionare la carne con quei coltelli affilatissimi e lucenti, posando nella bilancia, teste, ali, interiori, zampe; uno spettacolo macabro di carneficina che ha influito a farmi diventare vegetariano.

Quando una persona entra va per fare la spesa, l’attesa era, breve,Cecco della Beppa, preparava le confezioni velocemente con un tocco artistico, personale con quella carte gialla ricavata dalla paglia, suggerendo come fare un buon sugo od altro,ricette che non rientravano nel conto; raccomandandosi inoltre di eliminare il grasso dalla ciccia perchè nell’organismo può causare disturbi tumultuosi nel basso “sud” In quell’epoca Mussoliniana, di autarchia, di miseria non tutti potevano pagare in contanti così facevano credito, il pollaiolo vergava il conto in un quaderno che con difficoltà riusciva a riscuotere.

Per la sua grande bontà quando il Padreterno lo chiamò in Paradiso fu eretto alla memori nella piazzetta del contado, un busto marmoreo a sua somiglianza, un immagine marmorea esatta mentre tiene con la mano destra un pollo con il collo a penzoloni.

Il pane era nero fatti con molta segale ad are razionato, il regime lo esigeva – Credere -Obbedire – Combattere – La Patria si preparava alla guerra nazifascista per annientare il “nemico”. La bussola era smarrita e il calcolo dei dati più non tornavano cantava il poeta Eugenio Montale.

Il tessuto familiare era, coeso, era così una compensazione; l’amicizia, la stima, la correttezza, l’amore affratellava la gente; quel clima sociale ha lasciato dentro di me un segno profondo,indelebile nei miei ricordi.

Oggi mentre il tempo mi “spenna” lentamente nella modernità globale, epocale nel consumismo vorace multinazionale, mi lento fuori dal branco, vivendo, sempre all’erta per non farmi tirare troppo il collo; perchè la storia si ripete (Guelfi e Ghibellini) usandoci a loro piacere in questa confusione deviante.

Gigi Gherardi